MALEFICA SEMENZA di Luigi Presicce

Malefica Semenza
Luigi Presicce
Il Campo dei Giganti (Villaggio Boncore, Nardò, Lecce)
21 luglio 2026
Caino presentò frutti del suolo come offerta al Signore,
mentre Abele presentò a sua volta primogeniti del suo gregge e il loro grasso.
Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta.
Genesi, 4, 3-6
Uomo del mio tempo / Sei ancora quello della pietra e della fionda
[…] questo sangue odora come nel giorno /
quando il fratello disse all’altro fratello: «Andiamo ai campi»
Quasimodo, Uomo del mio tempo, 1945
La figura di Caino gode nei secoli di un’inesauribile fortuna, tale da rendere impossibile una rendicontazione esatta di ogni sua interpretazione artistico-letteraria. La generatività del mito biblico risiede nella sua forza archetipica, che costantemente si ri-genera nel colloquio con la contemporaneità, dunque negli stadi della consapevolezza del sé-collettivo che la abita. Cosa di più attuale, ancora e dunque, del primo omicidio della stirpe umana; e noi, quanto ci sentiamo interpellati da questa discendenza? “Malefica Semenza” è il titolo della performance di Luigi Presicce nel Campo dei Giganti, luogo già semanticamente ed esteticamente carico, portatore di un messaggio che l’artista amplifica con la scelta tematica del fratricidio originario per il suo intervento. La discendenza della “Malefica Semenza” si radica in una tara psichica e teologica originaria: siamo gli eredi di una coppia parentale – Adamo ed Eva – già nevrotizzata dal trauma del serpente e dalla perdita dell’unione fusionale con l’Uno. Eredi dei primi due genitori, il primogenito Caino e il fratello Abele si muovono all’interno di un legame segnato dal rifiuto: il mancato gradimento divino verso l’offerta vegetale di Caino permane come un arbitrio cieco, un mistero insondabile che resiste a ogni interpretazione. Questo rifiuto innesca un meccanismo sacrificale e competitivo: Caino vede nel fratello l’incarnazione di un io-ideale irraggiungibile, e l’afasico Abele diventa una vittima già designata dal silenzio. Si attiva così una logica profonda, ovunque presente nelle Scritture, dove la nevrosi della colpa trasforma il sacrificio in un’economia di scambio. Il fratricidio non è un semplice atto di crudeltà individuale, ma il tragico tentativo rituale di mettere il soggetto al riparo dalla vertigine e dall’angoscia del libero arbitrio. Cristo tenterà di volatilizzare questa contabilità del sangue sostituendovi la misericordia; eppure, l’azione di Presicce nel contemporaneo ci interroga brutalmente: viviamo forse in tempi misericordiosi? Nel postmoderno, crollate le grandi metanarrazioni, l’Ombra di Dio in nome della quale si compie il sacrificio ha cambiato spoglie, incarnandosi nei simulacri del neoliberismo estrattivista – sull’altare del quale ogni giorno si sacrifica l’unione tra gli umani e degli umani con la Terra.
Se l’inconscio collettivo agisce strutturalmente per ripetizione, un meccanismo che si fa mortifero quando diventa mera copia ma si rivela generativo quando produce differenza, Presicce incarna una postura radicale: sottrae la ripetizione del fratricidio alla sua dimensione passiva per elevarla ad affermazione pura. Non è la prima volta che l’artista mette in scena Caino e Abele, ma ci ricorda che la ripetizione dell’atto non è mai mera replica. Richiamando il Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud e la lettura che ne dà Gilles Deleuze, la differenza si rivela reale alterità, vero simulacro, solo quando mantiene intatto il suo rapporto con il fondo oscuro, con la vertigine abissale dell’indeterminato che ritorna e può ritornare solo nell’atto di differire da sé stessa. Presicce opera una mimesi alchemica che congela il tempo profano: il suo tableau vivant – forma d’elezione per un artista che è indissolubilmente visivo e performativo – cristallizza un unico frammento dello svolgersi della scena, l’instante che immediatamente precede l’omicidio, interrompendo la mobilità della vita per conferire ai corpi la plasticità di un destino tragico. Le sue composizioni sembrano abdicare al moto del presente per interrogarlo più in profondità, attingendo con sapienza e leggiadria a un inesauribile serbatoio iconografico che spazia – dalla scelta dei soggetti alla produzione degli oggetti di scena – dalla storia dell’arte ai riti della cultura meridiana, qui innestate sotto forma di una visione (showing) che nella Genesi è invece riportata sotto forma di dialogo o monologo (telling) in un impianto non-narrativo che ne consente un’estrazione archetipica icastica. L’artista non ci consegna un Caino pentito, e neppure il ribelle titanico della scia romantico-byroniana; il Caino di Presicce è assoluto, sospeso in una dimensione liminale e metafisica nell’istante che immediatamente precede il tragico svolgersi dell’umana stirpe. Nell’immobilità eversiva della scena, che è anche specchio della monumentalità dei Giganti del Campo sublimata a calce da Ulderico Tramacere che esalta la potenza plastica e muta dei tronchi-testimoni, proprio qui si muove l’intera coscienza dello spettatore, costretto a fare i conti con il proprio destino, con le proprie scelte.
Il nesso tra l’azione di Presicce e il dispositivo del Campo dei Giganti non è casuale, ma causale: il Campo ha rinunciato per scelta alle logiche del profitto per farsi officina di arte sociale e comunità. È il luogo esatto in cui interrogare le matrici delle umane occupazioni, ovvero l’allevamento di Abele e l’agricoltura di Caino. Presicce dialoga profondamente con questa dicotomia nella composizione del suo quadro vivente, dalla scelta degli oggetti di scena a tutto ciò che concorre alla scenografia site-specific. Se Sant’Agostino vedeva in Caino l’iniziatore della cupiditas terrena, il primo fondatore di città e il padre del progresso tecnico-scientifico, emerge una “contabilità doppia” tanto nel gesto di Caino quanto in Dio stesso, nefandezza che è al contempo fondazione: dal sangue versato sulla terra germoglia la civiltà, nascono le arti, i mestieri, la tecnologia. L’operazione di “Malefica Semenza” consiste dunque nel mostrare la radice violenta del nostro stesso agire nel paesaggio. L’agricoltore che modifica la terra è il padre dell’uomo economico contemporaneo; noi siamo la sua stirpe, i figli di colui che ha recintato il giardino e ne ha decretato, nel lungo periodo, lo sfruttamento e la morte. L’urgenza politica dell’azione risiede proprio nella capacità di abitare l’apocalisse culturale. Evocando il costrutto demartiniano dello smarrimento del senso del vivere di fronte alla perdita del proprio mondo – pure in dialogo nella paralisi del realismo capitalista di Mark Fisher –, il dialogo con Presicce si interroga sulla possibilità di abitare la devastazione della Xylella senza cedere alle lusinghe del marketing culturale. L’agire furioso dell’uomo contemporaneo è un’esistenza di corsa accelerata, una spinta estrattiva che consuma e desertifica; a questo moto predatorio a cui il Campo si oppone, Presicce innesta la disciplina della sua immobilità amplificandone il messaggio. L’andamento del tableau vivant agisce quindi come un sabotaggio biopolitico, fermando il tempo profano per riattivare la memoria latente del sacro e rimetterci a contatto con la terra ferita. Non è un caso che il capitolo quarto della Genesi preceda il capitolo dedicato al Diluvio Universale (il sesto), necessario a purificare la terra dalle genti corrotte per tentare la ricerca di un modello di ecologia integrale. L’opera diventa così un’invocazione di rigenerazione terrestre come necessità biologica, in cui risuonano i versi del polifonico Caino di Mariangela Gualtieri (2011): “Rallenta la sua corsa / dagli l’intelligenza del fiore / fa che salvi la terra da sé stesso / Che la fecondi di nuovo” (90). Il contesto rifiuta l’intrattenimento e si fa rito di consapevolezza per una civiltà arrivata al tramonto di una condotta, sul ciglio di un nuovo diluvio o deserto, dove l’immobilità si fa dispositivo per scongiurare il suicidio di massa. In questa stasi rituale, il pubblico è testimone dell’omicidio primordiale; Presicce, che spesso concepisce i suoi lavori per un unico spettatore alla volta invitandolo a entrare nello spazio scenico per condividere un segreto, o sentirsi partecipe di una rivelazione, dilata qui l’azione in un percorso iniziatico per piccoli gruppi. Il tableau vivant interrompe la folle corsa della stirpe cainica per inchiodare lo sguardo di chi osserva, consegnandogli una scelta indilazionabile tra l’omertà, la complicità o l’assunzione di una responsabilità etica. Proprio nell’istante prima del colpo fatale, pone nuovamente lo spettatore di fronte all’angoscia – bistrattata dal disincanto fatalista – del libero arbitrio. Portare il primo fratricidio della storia della cultura occidentale tra gli ulivi scialbati del Campo significa compiere un rito non consolatorio, capace di estrarre la Xylella dalla cronaca locale per consegnarla alla storia della nostra violenza strutturale contro la natura e contro i nostri fratelli e sorelle.
“È dai tempi di Caino e Abele che la razza umana si è divisa, e purtroppo siamo finiti ad essere la stirpe di Caino, imboccando un bivio che non ha lasciato scampo”: c’è in questa dichiarazione di Presicce una lucida sentenza sullo stato dell’arte e della condizione contemporanea. Di fronte a questa frattura originaria, l’artista rivendica la necessità politica di un’arte pubblica e partecipata, ricordandoci che gli artisti dovrebbero costituire il “polmone culturale” di un Paese e non ridursi ad “alveoli” che, ignorandosi reciprocamente, negano la possibilità di un solo grande respiro comune. Tutta la sua traiettoria di artista, ma anche di curatore e ideatore di progetti corali – dalla co-fondazione de Lu Cafausu, la Fondazione Lac o Le Mon, la Scuola di Santa Rosa con Francesco Lauretta, passando per l’Accademia dell’Immobilità e il Simposio di Pittura, il recente ecosistema di Thalassa Gallery con Salvatore Baldi nella sua Porto Cesareo sono numerosissime le sue collaborazioni – testimonia un fare radicalmente comunitario. Quella di Presicce è un’apertura che non teme il confronto né la contaminazione, ma che elegge la relazione con l’altro a metodo, rifiutando di arroccarsi in identità sclerotiche. È esattamente in questa idea di comunità che la sua azione si innesta oggi nel Campo dei Giganti: non come “evento”, ma come autentica condivisione di un’urgenza. Nella considerazione che il dispositivo artistico possa farsi baluardo contro il disinvestimento simbolico, la siccità relazionale e l’apocalisse culturale.
Malefica Semenza di Luigi Presicce, Il Campo dei Giganti, 21 luglio 2026. Performance con Luigi Presicce, Keith Boadwee. Musiche di Diletta Fachechi. Il Campo dei Giganti, progetto d’arte di comunità di Ulderico Tramacere. Testo di Chiara Agagiù.