ARCHITETTURE DELL’INVISIBILE: “ZONA D’ASCOLTO” E POETICA DELLA RISONANZA

Il progetto sonoro di Antonio De Luca nel Campo dei Giganti

Nel discorso contemporaneo sulle pratiche artistiche ambientali, il termine «Campo» necessita di una decontaminazione da ogni residuo di mera declinazione geografica o agraria. Sul piano semiologico e scientifico, il Campo non costituisce mai una superficie piana da occupare o uno sfondo scenografico neutro; è la definizione di un luogo di forze in perenne tensione, una configurazione dinamica e relazionale attraversata da vettori fisici, frequenze biologiche, sedimentazioni storiche e risonanze future.

In questa prospettiva si inscrive la “Zona d’ascolto” progettata da Antonio De Luca: non una semplice area espositiva o una perimetrazione topografica, ma – al contrario – un’apertura sensibile e germinativa di relazione. Concepita per integrarsi tra gli ulivi secolari del Campo dei Giganti, il progetto rifiuta la logica dell’installazione statica per farsi catalizzatore energetico, un vero e proprio “dispositivo”. Qui la ricerca artistica di De Luca – sviluppata lungo un confine fluido dove la consistenza plastica incontra la natura immateriale del suono – trova una sintesi rigorosa. Lontana dalla mera esibizione, la scultura è un organismo vibratorio in grado di modificare la postura del fruitore. Per De Luca, infatti, il suono è «la più sottile delle sculture possibili»: un paradigma in cui la forma non si arresta ai margini fisici dell’oggetto, ma si propaga nello spazio sotto forma di frequenza, rieducando all’ascolto e all’attesa.

Il fruitore si ritrova d’un tratto dinanzi a un misterioso cubo dorato: una geometria euclidea, netta e rigorosa, che si innesta con grazia nella sinuosità dei tronchi secolari dei Giganti. La doratura arcaica e preziosa richiama la dimensione del sacro, trasformando la cassa di risonanza a luogo di soglia, amplificando la missione contemplativa che giace nelle piaghe del Campo. La rigidità del volume e la tensione meccanica dell’opera intercettano la spinta del vento, la trazione degli alberi, le micro-vibrazioni della linfa e la carica simbolica del luogo, in comunione poetica con la scenografia naturale scialbata a calce da Ulderico Tramacere e con la sua vocazione relazionale.

In veste di vero e proprio fonoforo, De Luca non “suona” la natura, ma costruisce le condizioni fisiche affinché la relazione d’ascolto possa compiersi, permettendo al suono di essere accolto nell’intimità di ciascuno.

In un contesto contemporaneo dominato dall’iper-visibilità, dalla saturazione d’immagine e dal consumo, la Zona d’ascolto si configura come una radicale ecologia dell’attenzione. L’esperienza uditiva non è mai passiva, ma viene teorizzata dall’artista come un’azione poetica e filosofica: «fare un vuoto e abitarlo», secondo la nozione dell’epoché, ovvero la sospensione del giudizio. Creare il vuoto significa disattivare il rumore di fondo dell’abitudine per instaurare una condizione di attesa. Il dispositivo infatti funziona anche in assenza di vento: è un’architettura della presenza che invita a fermarsi, in ascolto di risonanze intime inedite, sempre rinnovate.

Allargando la nozione di paesaggio sonoro (soundscape) teorizzata da Schafer, nella Zona d’ascolto l’esperienza non si sviluppa nel rifugio circoscritto di un hortus conclusus, ma si muove a partire dal margine, da un confine aperto e vulnerabile dove la natura ferita incontra la percezione umana. La sosta diviene così un atto di democrazia percettiva: la Zona d’ascolto si fa soglia di accoglienza, di un’esplorazione condivisa, dove il corpo si fonde in un unicuum ricettivo e responsivo. L’Ascolto viene elevato a postura etica e politica di Cura, una disposizione che sintonizza l’apparato percettivo della persona sulle frequenze lente e profonde della Terra.

Predisporre una Zona d’ascolto significa interrogare la memoria del luogo e intercettarne le qualità eco-risonanti; al centro della poetica di De Luca vi è una rigorosa ricerca per liberare l’acustica intrinseca della materia prima che essa venga imbrigliata dal linguaggio e dal suo uso arbitrario o di dominio.

Affidandosi alle leggi della fisica acustica, alla meccanica dei materiali e alla tensione dei vuoti, l’artista genera una trama acustica viva, imprevedibile e mutevole, reattiva al variare degli elementi. L’architettura stessa diventa estensione dell’opera e il fruitore, attraversando questo campo di forze, cessa di essere semplice osservatore per diventare parte integrante dell’evento sonoro, riscoprendo che nel vuoto apparente del silenzio si nasconde la forma più profonda dell’esperienza estetica, nella contemplazione dell’impermanenza.

L’intervento nel Campo dei Giganti non nasce isolato, ma si pone coerentemente in un percorso di ricerca trentennale in cui Antonio De Luca ha ridefinito i confini tra scultura, architettura ed ecologia acustica, esplorando il suono come materia plastica e matrice di relazione con l’Umwelt (il mondo-ambiente percettivo). Questa tensione affonda le radici nella sua storia: dalle prime esperienze negli anni ’90 con la partecipazione a gruppi informali come Starter, fino alla genesi del suo Giardino-laboratorio a Galugnano e poi nella cava di pietra leccese a Cursi, dove il suono è nato dal dialogo con la specificità geomorfologica del territorio.

Dalle storiche sperimentazioni sulle cavità risonanti della pietra e sulle superfici metalliche, fino all’impiego di condotti tubolari e sistemi in trazione, De Luca ha sempre rifiutato l’idea della scultura come feticcio visivo inerte, concependola come organo acustico ambientato. Nel Campo dei Giganti, questa visione esalta la dimensione dell’arte pubblica come dispositivo sociale aperto e risorsa collettiva. La scultura si trasforma in una protesi di risonanza attraverso cui il paesaggio ritrova il proprio canto primordiale: dar voce agli ulivi feriti e devastati dalla piaga della Xylella è un atto di rigenerazione simbolica, politica e civile. Radicata come gesto condiviso, la Zona d’ascolto ingaggia la comunità in un rituale collettivo in cui la memoria degli ulivi uccisi si risveglia, riconciliando la presenza dell’uomo con la ferita, ma soprattutto con la forza sacra della Terra.

Zona d’Ascolto di Antonio de Luca. Il Campo dei Giganti. 6 settembre 2026. Il Campo dei Giganti, un progetto d’arte di comunità di Ulderico Tramacere. Testo di Chiara Agagiù.