Sulle Spalle dei Giganti
2024-2026 (16 mesi)
Sulle Spalle dei Giganti. Arte di Comunità per ripartire dalla Xylella” è un progetto Erasmus Plus – Small scale partnerships in Educazione degli Adulti (ADU) del Campo dei Giganti (capofila) partner Residui Teatro (Spagna).
Codice progetto: 2024-1-IT02-KA210-ADU-000250696
Apprendisti stregoni
di Viviana Bovino
Vivana Bovino al Campo dei Giganti, 7 giugno 2025, pochi attimi prima dello spettacolo finale
Alla fine dell’estate del 2024 iniziammo a lavorare con Ulderico Tramacere e Chiara Agagiù sui dettagli del progetto. Durante una lunga riunione, iniziammo ad indagare per capire in profondità le motivazioni che li avevano portati a ideare il progetto “Sulle Spalle dei Giganti”.
Ulderico e Chiara raccontarono tanti dettagli riguardo alla storia di Villaggio Boncore, le dinamiche che la Xylella aveva detonato, così come i risvolti economici e sociali. Ci soffermammo molto tempo a riflettere su quanto l’identità del territorio e della sua popolazione fosse stata scalfita.
Mi sembrò subito evidente che la necessità profonda fosse molto più ampia di quella di realizzare unicamente un’opera di Land Art; si trattava bensì di dar vita a una “visione”, un sogno desiderato per e con la collettività, un luogo dell’incontro e della rigenerazione comunitaria.
“Cosa volete da noi, perché ci avete invitati?” chiesi a Ulderico. “Ci ha consigliato di coinvolgervi Maristella Martella (1). La realtà è che da voi vogliamo un miracolo!”.
Non siamo esperti di miracoli, pensai, ma sì siamo apprendisti stregoni, sicché qualcosa avremmo potuto farla!
Ascoltando le risposte che ci fornivano, capimmo che era BRIDGES /PONTI ciò che poteva rigenerare energeticamente e creativamente la comunità di quel territorio.
Abbiamo lavorato insieme durante mesi, cercando di approfittare dei viaggi di LIRT in Puglia, per poterci vedere e soprattutto per andare a conoscere il Campo.
Il momento è arrivato a fine novembre 2024; in una mattinata un po’ piovigginosa sono arrivata a Lecce. Di lì in macchina direttamente verso Boncore. Durante il percorso in macchina con Ulderico e Chiara non abbiamo smesso mai di parlare, avevo poco tempo e dovevo raccogliere molte informazioni. Quando si lavora con una comunità prima di tutto bisogna ascoltare, conoscere e domandare discretamente. Si tratta di un’indagine, uno studio antropologico di campo, una reale raccolta di dati sensibili.
In qualche occasione, chi ci ha visti a lavoro ha detto che siamo “i dottori della comunità”. A me non piace del tutto questa definizione, perché non andiamo in una comunità ad insegnare e ancor meno a curare, arriviamo con l’impegno di facilitare, di smuovere le frequenze, di far rincontrare, di ricreare le connessioni tra quello che la comunità già possiede ma che, da sola, non riesce più a vedere o apprezzare. È un percorso che serve a far sì che emergano una nuova possibilità, un nuovo processo creativo collettivo.
Nel cammino verso il Campo dei Giganti, ci siamo fermati ad un bar, lì abbiamo incontrato l’artigiano Sandro Cazza. Si è presentato e mi ha offerto un caffè. Mi ha raccontato dei suoi lavori in pietra leccese, della sua collaborazione nel Campo. Abbiamo scherzato. Io gli ho descritto un po’ ciò che avremmo fatto e cioè che avremmo organizzato un incontro grande, una festa, per le persone della zona ma che ci sarebbero stati anche artisti invitati.
Non ho parlato di teatro. Questa è una delle regole che abbiamo capito con il tempo. Spesso la parola teatro intimorisce, solo perché non si conosce bene ciò che c’è dietro un percorso di creazione teatrale. Noi ci occupiamo di scegliere le parole opportune e disporre le basi per generare un incontro fluido e sereno con le persone. Il teatro arriva in un secondo momento, quando il terreno è pronto, come nell’agricoltura, come nella semina.
Siamo partiti alla volta del Campo. Ricordo terreni puntellati da tronchi decapitati. Alberi dai cuori infuocati. Distese di natura grigia; enormi alberi come fantasmi.
Poi finalmente siamo arrivati.
Ricordo il cielo, di un celeste acceso e gli ulivi che si stagliavano come urla, traforando le nuvole. Come mani che implorano giustizia.
Ulderico, con l’aiuto della comunità, ha coperto gli ulivi di calce (una antica pratica di protezione degli alberi che un tempo era molto usata nelle campagne), trasformando un paesaggio triste in una scultura organica estremamente poetica, che fa pensare al Fenix, l’uccello sacro che brucia per poi rinascere.
All’improvviso è iniziata la pioggia. Ci siamo rinchiusi in un vecchio bus che Ulderico insieme ad alcune persone di Boncore ha trasformato in un ufficio mobile, oltre ad essere l’unico luogo al coperto nel Campo. Ulderico mi ha mostrato il catalogo dell’esposizione che ha realizzato sugli ulivi, gli appunti, i disegni, le sculture (bellissime radici e rami che la natura ha modellato e che lui ha raccolto nel Campo). Ulderico ha creato una mappa degli alberi del Campo e vuole creare una piattaforma digitale che possa dar voce agli alberi; ad ogni albero infatti sarà associata una storia.
Ho pensato ai viaggi di LIRT in America del sud; abbiamo incontrato molte comunità originarie; in Darien (Colombia) un leader di una comunità ci raccontò che per i Gunadule gli alberi sono delle biblioteche a cielo aperto, dei saggi, detentori di memoria viva.
Ma nel Salento questo non può più avvenire. Gli alberi sono morti. Mi sono domandata dove siano finite tutte le storie che gli ulivi hanno ascoltato per secoli, dove quei canti, dove le voci dei contadini che lavoravano i campi?
“Scusami, eccolo è arrivato… è Cosimino” ha esclamato Chiara all’improvviso.
Cosimino è arrivato con una guantierina di dolci “avrei portato qualcosa di salato, una pizza rustica alla carne per fare un aperitivo! Ma mi hanno detto che sei vegetariana e Maggiolina, mia moglie, ha fatto i dolci!”.
È iniziata cosí la conversazione con Cosimino, un brillante conoscitore dei campi, della storia delle lotte per la terra e la giustizia nella terra del Salento. Un artigiano del legno, promotore, assieme a sua moglie e ai suoi due figli, di un progetto locale di turismo sostenibile. Un luogo creato e nutrito con amore per la terra e le persone.
Cosimo ha creato negli anni Novanta Le Fattizze, un camping attento alla sostenibilità e alla permacultura, è stato uno dei primi nella zona. Erano gli anni delle rivendicazioni di Porto Selvaggio (2) e lui, insieme alla sua famiglia ha fatto una scelta, posizionandosi dalla parte della terra. Cosimino mi ha raccontato delle sue giornate, della sua abitudine di cantare agli alberi. “I miei ulivi sono tutti vivi”, mi ha detto “io parlo con loro”. Cosimino mi racconta delle “taricate” le radici che sono rimaste nella terra, proprio quelle che lui e altri artigiani della zona, hanno pazientemente raccolto e scolpito. Trasformando la morte dell’albero in una nuova rivendicazione di vita. Mi parla del Salento, del lavoro comunitario, della memoria che non è andata persa, ma che devono ricostruire tutti assieme.
Ho fatto una foto a Cosimino (dopo avergli chiesto il permesso); oggi riguardo quello scatto, e vedo un uomo di quasi settant’anni che cerca ostinatamente di difendere la terra.
Non posso smettere di pensare che questo PONTE deve avere lo scopo di “insistere sulla vita”.
Non ho dimenticato quell’incontro. Qualche settimana dopo il mio ritorno in Spagna, in seguito a una riunione con Gregorio Amicuzi, abbiamo proposto a Chiara che la residenza si chiamasse “RADICATE”, una parola che è un ibrido tra “taricate” e “radici”, ma che nella sua sonorità racchiude il radicamento, lo sradicamento e la memoria.
Riporto questa esperienza come un racconto, con dettagli che sicuramente non sono usuali nei report o negli articoli accademici perché mi sembra questa la forma stilistica più appropriata a restituire vita ad un percorso che non è l’applicazione di un dispositivo metodologico asettico.
Si tratta di una strategia, un approccio, una pratica basata su principi. Uno dei punti fondamentali è quello di aprirsi all’ascolto e predisporsi all’interazione. Non è un metodo verticale, assomiglia piuttosto a ciò che in ambito teatrale si definisce una “creazione collettiva”.
In questo processo di creazione c`è una direzione, compito che in questo caso è stato assolto da Gregorio Amicuzi e da me, ma sono necessari gli anfitrioni (Ulderico e Chiara) e le persone chiave nella comunità (Cosimino e Sandro).
Stabilendo un vincolo di dialogo e intesa all’interno di questa prima costellazione di persone, è possibile gettare le basi per creare l’interazione con la comunità intera.
L’architettura dell’incontro RADICATE
Perchè il progetto potesse prendere vita e forza, abbiamo seguito delle tappe e rispettato ruoli e ritualità che, negli anni, abbiamo strutturato lavorando con le comunità.
Per realizzare il progetto abbiamo sentito il bisogno di rispondere alle necessità concrete della comunità, di stabilire contatti con i gruppi coesistenti nel tessuto sociale, di aprire una Open Call finalizzata ad avere con noi degli artisti interessati al processo di creazione di uno spettacolo itinerante. Abbiamo individuato spazi, luoghi, realizzato incontri con le persone della comunità̀ locale. E solo in ultima istanza siamo arrivati alla creazione dello spettacolo che abbiamo realizzato la sera del 7 giugno.
Ma questa breve sintesi ha bisogno di essere sviscerata per poter intendere i fattori che rendono possibile la proposta realizzata.
- La necessità della comunità:
Per stabilire i presupposti affinché un progetto possa avere un impatto reale sulla comunità è necessario che la stessa abbia capacità di esprimere i problemi o le necessità da affrontare. Nel caso del Campo dei Giganti Ulderico è stato il catalizzatore, la persona che stando a contatto noi e ascoltando, è riuscito a trasmettere le esigenze della comunità̀.
- Lo straniero:
Ogni comunità ha le sue storie e regole. Con gli anni abbiamo compreso che intervenendo come esperti “estranei” alla comunità potevamo giovare del fatto che la comunità ci identifica unicamente con l’arte alla quale ci dedichiamo. Per questo tende a fidarsi di noi che siamo degli “stranieri”; delle persone esterne alle dinamiche della comunità; ma allo stesso tempo non del tutto sconosciute dal momento che un “anfitrione del luogo” funge da nostro garante.
- Gli anfitrioni:
la scelta dell’anfitrione è fondamentale. Si tratta di quelle persone del luogo che hanno contatti, a volte sono leader, altre volte sono persone molto attive, socievoli e capaci di creare vincoli. Queste persone (nel caso del Campo Ulderico e Chiara) sono fondamentali perché sono quelle che ci introducono nella comunità, ci sostengono nella gestione delle necessità logistiche, hanno i contatti con i locali.
Gli anfitrioni hanno un grande entusiasmo e vogliono lanciarsi in imprese impossibili non per sé stessi, ma per l’intera comunità.
- Persone chiave:
Si tratta di persone di riferimento per la comunità e che la comunità rispetta. Sono persone che hanno una particolare capacità di coinvolgere altri; in qualche modo, una volta che si riesce a coinvolgere loro, diventa molto più semplice raggiungere il resto della comunità.
- Il tempo
È importante per noi scegliere con accuratezza i giorni della settimana, il periodo, la durata dell’iniziativa. Gli incontri di preparazione con la comunità, cosí come la festa finale devono essere realizzati in orari e giorni che per la comunità siano accessibili. In questo caso abbiamo scelto un ponte proprio all’inizio di giugno. Dovevamo assicurarci che fosse possibile fare l’incontro all’aperto e che la gente potesse seguirci in tutte le fasi.
- I partecipanti alle attività formative
Per l’incontro è stata attivata una open call. Hanno aderito artisti multidisciplinari tra i 25 e i 60 anni provenienti da diverse regioni d’Italia. Sono stati loro la colonna portante dello spettacolo. Abbiamo lavorato insieme nella sala prove circa 8 ore al giorno. Per il resto del tempo abbiamo condiviso i momenti dei pasti assieme e, come in genere accade, abbiamo dormito nella stessa struttura. In questo caso siamo stati alloggiati alle Fattizze, in mezzo alla natura. I tempi fuori della sala prove, sono spazi per conoscersi o ripetere assieme i canti, i testi o per prendere nota. Nascono bellissime amicizie e una nuova comunità affiatata fiorisce in pochi giorni.
Spesso le persone sono interessate al lavoro del nostro gruppo perché conoscono la nostra traiettoria nell’ambito dell’antropologia teatrale. In altri casi sono incuriosite o toccate dalla tematica. A volte sono artisti della zona felici di avere “in casa” altri artisti provenienti da nuovi territori geografici o dell’arte.
- Il grande cerchio, il momento magico che apre tutti i Bridges
L’incontro al Campo dei Giganti è iniziato con un grande cerchio in cui erano invitati i promotori del progetto, noi di LIRT, gli artisti che avevano risposto alla Open Call, gli artisti e artigiani locali, e tutte le persone della zona interessate a collaborare. Questo è un rituale che curiamo sempre con attenzione.
Nel Campo abbiamo creato un cerchio di sedie tra gli alberi. L’incontro s’è svolto alle 18,30 di domenica 31 maggio. Gli invitati della comunità erano stati chiamati a partecipare ad un incontro nel quale sarebbe stata presentata l’attività della festa artistica del giorno 7 giugno. Alla fine era previsto un banchetto.
Abbiamo aperto il cerchio con il richiamo di una Conchiglia del Pacifico.
Si sono presentate quasi 50 persone di tutte le età. Abbiamo parlato della realizzazione di una grande festa comunitaria dedicata alla terra e agli ulivi. Gli ulivi che sono simbolo di identità, memoria. Una grande festa delle arti nella quale avrebbero trovato spazio sia gli interventi dei performer che hanno risposto alla call che quelli dei componenti della comunità. Come spesso succede nel cerchio iniziale, le persone della comunità che non si occupano di arti sceniche hanno inizialmente tentennato a definire cosa avrebbero potuto offrire. Abbiamo fatto degli esempi: Ogni comunità̀ ha qualcosa di speciale; ciò̀ che chiedevamo loro era di capire che cosa fossero in grado di condividere con gli altri, quale fosse la loro specialità da condividere con la comunità per creare questa grande festa. Abbiamo parlato di ulivi e di terra. Abbiamo parlato dell’importanza di mettere in luce l’energia di una terra che ha vissuto il lutto dei suoi alberi, ma che ha bisogno di tornare a armonizzarsi per poter rinascere.
Poco a poco, hanno iniziato a farsi avanti in tanti: io scolpisco il legno… io conosco mastro Toni, lui è uno scultore meraviglioso… io lavoro a scuola con i bambini…posso coinvolgerli… io faccio rituali mantenendo in equilibrio grandi massi e da anni lavoro sulle “lamentazioni” di Calimera… io sono un’attrice, ho poco tempo, ma posso condividere un testo…. conosco un bimbo che suona la pizzica… ho un cavallo… e cosí di seguito.
È stata una settimana di insistenza, di ricerca dell’impossibile, di chiamate, di ricerche. Finalmente ci siamo riusciti, ci siamo ritrovati sommersi da un pullulare di bellezza e proposte; era venuta a galla una realtà che fino a quel momento era rimasta sommessa. La sensazione è stata quella di un fiume isolato sotterraneo che all’improvviso trova il motivo e l’impulso per poter venire allo scoperto e irrorare nuovamente la terra.
Nel cerchio abbiamo condiviso la proposta di Ulderico che ci aveva chiesto di fare un miracolo, e che a noi le sfide piacciono, un miracolo forse è troppo ambizioso, ma con l’aiuto della comunità cercheremo di fare… una magia!
Al termine dell’incontro Gregorio ha chiesto a tutti di chiudere gli occhi, e io ho cantato, per i loro cuori, per gli alberi, per il vento, per gli uccelli appollaiati sui rami secchi e per la gioia dei giorni a venire.
Ancor prima di iniziare
Abbiamo chiesto a tutti i partecipanti di portare dei materiali
“Cari partecipanti tra poco avrà inizio il nostro incontro. La formazione sarà legata al tema delle Radici, la memoria, la connessione con la terra e la necessità di ripartire proprio dalla terra per poter scrivere il futuro tra le comunità.
Il nostro lavoro sarà creato in dialogo con i grandi Ulivi del Campo dei Giganti.
L’ulivo é un simbolo. Un albero forte che parla di memoria della terra e della comunità, racconta di storie vissute alla sua ombra fresca, parla di lavoro nei campi. Parla anche di fuoco nel cuore, lo stesso fuoco che ha bruciato gli alberi ritenuti infetti. Un colpo alla terra e all’identità di un popolo.
L’ulivo è l’albero del Mediterraneo, e oggi il suo valore si carica di nuovi significati.
Nei prossimi giorni torneremo insieme a questa terra, a questi alberi e le loro radici. Ci accompagneranno le persone della comunità locale di Villaggio Boncore, coloro che hanno vissuto in prima persona questo “attacco”.
Torniamo insieme alla terra per trasformare la ferita in spiraglio dal quale una luce nuova possa entrare. Per scrivere insieme il futuro.
La formazione terminerà con una performance basata sulle pratiche della creazione collettiva. Per questo è fondamentale la vostra presenza attiva e propositiva.
Chiediamo ad ognuno di prendere spunto dal testo che qui abbiamo condiviso e di lasciarvi inspirare per il lavoro.
Chiediamo a voi di portare:
1.Abiti comodi e neri (pantalone che non superi le caviglie e maglia a manica corta che copra bene la spalla e la zona lombare) per fare training;
2. scarpe comode per lavorare all’aperto;
3. Borraccia per evitare uso di bottiglie di plastica;
4.Un testo a memoria che abbia relazione con i temi centrali del laboratorio.
5. Un canto popolare o tradizionale qualsiasi lingua o dialetto) che abbia connessione con i temi e che siate in grado di cantare. Non necessariamente tutto il testo ma almeno una strofa ed il ritornello a memoria.
6. Un abito o completo “speciale” con scarpe comode (sulle varie tonalità del verde) ma senza stampe o scritte. Dovremo usare questa tenuta nel Campo dei Giganti, quindi è importante che possiate stare a vostro agio.
7. Uno o più strumenti musicali, se suonate.
8. Penna e quaderno per prendere appunti.
I materiali richiesti dovranno essere disponibili sin dal primo giorno di lavoro pratico (la mattina del 2 giugno). Grazie e… a presto!”.
La preparazione dei materiali ha lo scopo di far entrare i partecipanti in tema già prima dell’incontro diretto. Dover scegliere, imparare a memoria, selezionare, permette a ognuno di entrare gradualmente nel lavoro. Farsi delle domande, stabilire delle priorità, esprimere un gusto, comprendere che il processo si svolge in modo partecipativo e confrontarsi con la propria disciplina.
Da anni facciamo questo lavoro e sappiamo quanto metta in crisi il dover portare un “compito realizzato”, la mente inventa tranelli e scuse… e i partecipanti sfuggono e scappano da sè stessi fino all’ultimo. A volte inventando storie bizzarre. Ma dobbiamo fare i conti con noi stessi se vogliamo essere in scena. L’arte dell’attore/attrice è prima di tutto un esercizio di profonda ricerca della sincerità che è in noi. Per questo il teatro trasforma. Prima di avere un impatto sul pubblico, il percorso stesso diviene un viaggio di trasformazione per chi lo intraprende.
A quali compromessi scendere
Ogni comunità ha le sue necessità e abitudini. Non essere parte del contesto nel quale si va a lavorare richiede un esercizio di ascolto e professionalità estremamente alto. Si deve essere in grado di capire quali sono le priorità del teatro che non possono scendere a compromessi, ma allo stesso tempo si deve definire quali sono i tempi e le esigenze della comunità che non si può forzare in un processo troppo stressante.
Abbiamo scelto di stabilire un orario di prove con i partecipanti della open call dalle 9.00 alle 17, con una pausa pranzo di un’ora, nella quale si mangiava insieme. Abbiamo lasciato la possibilità ad alcuni iscritti di mancare puntualmente a qualche incontro pomeridiano. Alcuni dei partecipanti percorrevano più di un’ora e mezzo in macchina ogni giorno per raggiungere Boncore.
Per quanto riguarda i partecipanti della comunità locale, abbiamo chiesto loro cosa volessero condividere, e quando avrebbero potuto avere il tempo per mostrarci le loro proposte. Abbiamo chiesto solo di poter essere con noi il giorno della festa finale almeno un’ora prima dell’inizio dello spettacolo. A qualcuno dei partecipanti abbiamo chiesto l’impossibile, e l’hanno fatto, per la passione e il gusto di potere essere parte della grande festa insieme alla comunità.
È stato il caso della bellissima cavallerizza alla quale abbiamo chiesto di cavalcare a pelle un meraviglioso cavallo bianco proprio alla fine dello spettacolo.
Una partecipante ha dovuto abbandonare la formazione con un giorno di anticipo. Abbiamo parlato con lei, e dopo una lunga riflessione e a seguito della sua partecipazione ai laboratori, è nata una proposta di arte plastica; degli enormi occhi/foglie che sono stati un oggetto importante durante lo spettacolo finale.
Il training, le prove e lo spettacolo come pretesto
Con il gruppo di partecipanti che hanno risposto alla open call abbiamo usato in sala alcuni training per poter stabilire un linguaggio condiviso e dei codici di lavoro chiari.
Cominciavamo in modo puntuale ogni appuntamento. Stavamo scalzi e con abiti comodi per poter affrontare un lavoro di danza teatro. La mattina si apriva con un’ora di lavoro sulla disponibilità del corpo olistico: sciogliere le articolazioni, mettere a lavoro le fasce e i muscoli, allineare l’energia e la respirazione. Abbiamo usato le pratiche dello yoga, del pranayama, dell’allineamento dei meridiani con il metodo Motoyama. Nella seconda parte di training, i corpi hanno incontrato delle forme o principi lontani dalla quotidianità per imparare ad affrontare le azioni/reazioni, il dialogo con le proprie paure e la possibilità di ritrovare la libertà anche all’interno di un limite.
In particolar modo, sono stati applicati training che fanno riferimento all’antropologia teatrale come sono la pratica del corpo elastico, la danza teatro, la vocalità, il ritmo e il canto polifonico.
Ogni partecipante ha affrontato l’incontro con qualcosa di nuovo che rompeva l’equilibrio del sistema e offriva la possibilità di aprire lo sguardo verso nuove dimensioni dell’equilibrio corporale e la sua relazione con lo spazio, il tempo e gli altri. Il gruppo ha dovuto risolvere enigmi che coinvolgono l’integrità corporea, a volte affrontandoli con maggiore facilità e spirito ludico, altre volte sentendo la complessità del compito e ponendosi dinanzi a una sfida che coinvolge tanti livelli dell’essere.
Questo sforzo ha permesso di risignificare i problemi, di inventare soluzioni e stimolare il pensiero divergente. In pratica, abbiamo ampliato la capacità di visione e di analisi della dimensione della difficoltà e del pericolo, invitando le persone ad aprire il ventaglio delle proprie possibilità a livello energetico, logico, risolutivo, pratico e corporale. Tutto questo all’interno di un codice performativo. Ma non possiamo negare l’effetto che questo ha sulla persona e sul gruppo. Quando si dice che il teatro trasforma molto profondamente ci riferiamo a questo spazio del laboratorio in cui il performer prima di produrre una creazione scenica, passa per un lavoro profondo che coinvolge gli strati più intimi della sua essenza. Partendo da quella nuova sincerità, verità e a volte sofferenza si inizia a creare. Noi creiamo dalla sincerità, consideriamo vitale che il seme, le fondamenta delle azioni (che poi diverranno scene) debbano essere ancorate a un momento in cui la persona-performer svela a sè stesso qualcosa di nuovo, realizza un nuovo sforzo per connettere con la profondità e da quella profondità si apre e riemerge la possibilità di stabilire connessioni sincere e profonde con gli altri.
Il gruppo è testimone di questo cambio collettivo e personale, e su questa visione collettiva di una trasformazione profonda si basa il nuovo vincolo.
Questo è ciò che permette la creazione, in pochi giorni, di una nuova tribù; è questo ciò che permette la creazione di uno spettacolo in così pochi giorni. Una volta che il performer-persona riconosce che prima di tutto la “magia” sta prendendo forma dentro di sè, non può che essere fiducioso, sa che le cose possono cambiare. Perché sì, le cose possono cambiare, ma è necessario uno sforzo grande. Parafrasando una canzone del cantautore cubano Silvio Rodriguez, direi che ci dedichiamo all’impossibile, perché del possibile già si conosce troppo. La realtà è che l’impossibile diventa possibile, se lo desideriamo e se ci dedichiamo a esso costantemente e amorevolmente.
Durante le giornate di lavoro, abbiamo creato delle strutture di azioni fisiche, delle danze collettive, delle polifonie, e scene corali. Abbiamo creato strutture ritmiche e fisiche a partire dai testi proposti. Successivamente, come artigiani delle parole e dell’azione in movimento abbiamo iniziato a incrociare tutti i materiali, a metterli in sequenza, a creare delle scene.
Il lavoro si è svolto in parte in sala e in parte nel Campo.
Ricordo la prima volta che i partecipati sono arrivati al Campo dei Giganti. Abbiamo chiesto a tutti di lasciare le macchine al fondo della strada. Siamo scesi e abbiamo chiesto di spegnere i telefoni e di attraversare lo spazio assieme, ma in completo silenzio.
Volevamo che lo spazio potesse rivelarsi e parlare. È il primo incontro quello che lascia un segno forte nella memoria perché gli esseri vivi possono riconoscere le frequenze dei luoghi e i luoghi le frequenze degli esseri vivi.
IL Campo ha un’energia speciale: contiene una memoria storica, geologica, idrica, biologica, energetica e di tanti altri livelli ancora. Sono stratificazioni che oggi gli architetti che praticano la progettazione evolutiva riescono a misurare con strumenti, ad analizzare scientificamente e successivamente a mettere in risonanza.
Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di poter contare sui consigli della architetta Grazia Lopedote di Polignano a Mare (Bari). La condivisione dei suoi studi e interventi ha arricchito di contenuti nuovi la ricerca che insieme a Gregorio Amicuzi portiamo avanti sulla memoria (o memorie) del corpo offrendoci la possibilità di arricchire di contenuti le nostre strategie di approccio agli spazi e le comunità, e corroborando scientificamente le nostre esperienze e intuizioni riguardo all’allineamento energetico dello spazio e delle persone.
Dimensioni tematiche
All’aeroporto di Fiumicino, in uno dei miei ultimi viaggi in Italia avevo comprato la rivista Internazionale e a centropagina c’era una enorme foto di un campo pieno di ulivi dai cuori in fiamme. Erano ulivi incendiati sotto il comando dell’esercito israeliano. Quelle immagini, mi avevano fatto pensare all’identità del Mediterraneo e alla terra.
Nelle settimane seguenti avevo intrapreso la ricerca di un canto nuovo da portare all’incontro di Boncore.
Ogni volta che chiedo agli alunni di preparare una canzone da condividere, anche io ne scelgo una per trasformarla in un canto collettivo.
Una settimana prima di partire per il Salento ho chiesto ad Ali Alsamra, volontario del programma europeo CES presso LIRT di consigliarmi un canto dedicato agli ulivi.
Alì mi ha portato diverse possibilità, ma sono rimasta impressionata dalla melodia e le parole di Alyadi, un canto conosciuto in Libano e Palestina. Ho passato un pomeriggio a studiare con lui il canto e soprattutto la fonetica araba che mi è del tutto sconosciuta.
Los scrivo perché questo tempo, questo desiderio di portare una voce palestinese nel nostro banchetto della memoria, tutto questo si scrive nella memoria delle azioni, nell’intenzione vocale e nell’intenzione reale che, come attori, nascondiamo come codice segreto dietro la forma delle azioni.
Nulla va perduto, per questo è necessario scegliere in modo ponderato e stabilire delle propedeuticità nel processo pedagogico e creativo.
Quando l’incontro a Boncore è iniziato, durante le sessioni di lavoro, ho condiviso con il gruppo il canto e l’ho adattato per poterlo cantare a 4 voci.
Abbiamo provato e riprovato il canto anche tra i maestosi pini alle Fattizze. Un giorno è arrivato Giovanni, amico di Cosimo, un ragazzo che di lì a pochi giorni sarebbe partito per la Palestina con il convoglio della marcia mondiale organizzata dalle organizzazioni civili di tutto il Mondo. È arrivato emozionatissimo. È una canzone palestinese? – mi ha detto – Sì, Giovanni. – ho risposto.
Il gruppo ha imparato la canzone, senza capire una parola del testo che ho mantenuto segreto fino all’ultimo giorno. Anche la bellezza del mistero fa parte del processo che porta alla creazione. Abbiamo risuonato nei fonemi, cercato somiglianze fonetiche per ricordare termini a noi sconosciuti… ma in fondo stavamo parlando di ciò che ci aveva portati lì.
La canzone parlava di ulivi, di secolari ulivi detentori di memoria. Ulivi piantati dagli avi e che sono il simbolo di una cultura e una identità che vuole insistere sulla vita e resistere alla morte e allo sterminio.
Quando l’ultimo giorno ho tradotto ai ragazzi il testo, alcuni hanno pianto. La verità profonda di quelle parole aveva risuonato in noi prima ancora che la nostra mente fosse in grado di comprenderne il senso, la vibrazione energetica di quei suoni, ci aveva già raccontato tutto… e nel profondo ognuno di noi lo sapeva.
Giovanni ha visto il nostro spettacolo e ha pianto tutto il tempo. Alla fine dello spettacolo mi ha detto che lì con lui c’era il responsabile delle attività culturali per la carovana italiana. Mi hanno chiesto se potevamo insegnare loro la canzone, l’avrebbero cantata durante il viaggio della carovana mondiale verso la Palestina. Mi si è stretto il cuore.
Questo canto ha dato un a nuova dimensione alla drammaturgia e alla tematica affrontata nello spettacolo finale. Il gruppo si è proiettato verso una dimensione non solo locale ma globale in cui l’attacco alla natura è simbolo ormai sempre più loquace di un attacco all’umanità e di uno sfruttamento improprio di risorse che genera danni incontrollabili. Ma sebbene la terra assorba e contenga questa memoria, dall’altro, grazie alla sua estrema sapienza, è capace di mettere in atto processi di auto guarigione. La terra è capace di far esplodere fioriture di piante che hanno il compito di armonizzare.
Anche a questo noi ci ispiriamo quando facciamo teatro; detoniamo processi creativi che mettono in atto riconversioni energetiche che beneficiano la persona, lo spazio e la comunità.
Lo spettacolo o la materializzazione del sogno collettivo
La sera dello spettacolo finale eravamo in tanti, oltre al gruppo degli artisti che avevano seguito la formazione c’erano tanti partecipanti speciali.
Gidio Fasano che ha suonato la fisarmonica e accompagnato il testo di un attore;
Cosimino, che seduto sotto un albero ha parlato dell’importanza di difendere la terra e gli alberi e disostenere queste azioni investendo i fondi che si usano per gli armamenti;
Andrea che dinanzi a tutti ha ricoperto di calce un ulivo, cosí come da 4 anni Ulderico e le persone del paese fanno ogni sei mesi;
Simone Franco che in uno specchio ha creato un equilibrio di massi e poi ha cantato e svolto antichi riti sciamanici facendoli dialogare con le lamentazioni di Calimera;
Sandro che lavorava la pietra insieme a un gruppo di 8 bambini e un giovanissimo tamburellista di Boncore;
Silvia che rivolgeva le sue parole a un albero, dirigendosi a esso come fosse un uomo ormai morto;
Stefania Puntaroli che ha creato una istallazione plastica creando degli occhi-foglia, un invito ad ampliare il nostro sguardo;
Maestro Toni che ci ha dato l’opportunità di sospendere tra i rami di un ulivo una scultura creata da lui:
una donna bellissima scolpita in una radice d’ulivo;
Una bellissima ragazza che ha cavalcato a pelo uno stupendo cavallo bianco.
Alla festa c’erano tantissime persone e di tutte le età. Hanno seguito con molta partecipazione lo spettacolo itinerante e accolto con un applauso più che fragoroso il lavoro.
Alla fine dello spettacolo abbiamo trascorso tutti insieme un momento conviviale.
C’erano tutti! E avevano voglia di parlare, di scambiare le emozioni che avevano percepito, di raccontare come si erano sentiti.
C’era Maggiolina, con i suoi figli e tutte le persone che collaborano alle Fattizze; c’erano le famiglie dei bambini; i proprietari del cavallo; le persone del paese, Maristella Martella, i colleghi di Lecce, le famiglie dei partecipanti alla formazione, gli amici del proprietario della terra dove si erge il Campo dei Giganti, gli anziani che aiutano a imbiancare gli ulivi; e alle prese con la logistica c’erano Ulderico e Chiara.
È stato un momento intimamente significativo in cui la comunità si è stretta forte e ha potuto vedere il suo potenziale creativo e rigenerativo.
Questa è la forza del teatro, l’energia (anche quando essa si rivela indomabile e torbida) può essere riconvertita e trasformata in un flusso creativo positivo grazie a un gioco magico degli opposti… o a una magia da apprendisti stregoni!
A notte fonda, l’ultima azione realizzata è stata un rincontro armonico con la natura. È stato liberato un porcospino nel Campo; mia figlia e la sua amichetta sono state invitate dalla comunità a proporre un nome per il piccolo animale selvatico.
Cerchio Finale
Il mattino seguente allo spettacolo, abbiamo fatto il nostro ultimo rituale: un grande cerchio con tutti i partecipanti alla formazione. Ci siamo incontrati per analizzare la proposta pedagogica dalla prospettiva tecnica, etica, antropologica, politica, poetica.
Nel cerchio sempre qualcuno si propone come futuro anfitrione. In questo modo la spirale della trasformazione proposta da PONTI/ Bridges… non può che continuare.
(1) Maristella Martella è una danzatrice e coreografa di Corsano (Lecce); è maestra delle danze rituali e coreutiche del Mediterraneo ed è presidente di Tarantarte. Martella è tra le persone che hanno recuperato la tradizione della Pizzica in Italia.
(2) Negli anni ’80, Porto Selvaggio, una località̀ nel Salento, fu teatro di lotte contro la speculazione edilizia, culminate nell’omicidio di Renata Fonte. Renata, assessore comunale di Nardò, si oppose strenuamente ai tentativi di costruire nella zona, un’area naturale protetta, difendendola da interessi mafiosi legati al cemento. La sua morte, avvenuta nel 1984, è stata riconosciuta come un delitto di mafia, legato proprio alla sua lotta per la salvaguardia di Porto Selvaggio.

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