Sulle Spalle dei Giganti

2024-2026 (16 mesi)

Sulle Spalle dei Giganti. Arte di Comunità per ripartire dalla Xylella” è un progetto Erasmus Plus – Small scale partnerships in Educazione degli Adulti (ADU) del Campo dei Giganti (capofila) partner Residui Teatro (Spagna).

Codice progetto: 2024-1-IT02-KA210-ADU-000250696

Alyadi. Il canto per gli ulivi della Palestina, un mantra per la pace.

Questo foglio di lavoro è un “reperto” della Residenza Artistica Radicate, condotta dal Laboratorio Teatrale Residui Teatro.  Nato come canto finale dello spettacolo Radicate, Alyadi non è rimasto confinato alla “chiusura del sipario”: durante i giorni della residenza si è trasformato in un mantra che hanno imparato tutti, dagli amici delle Fattizze che ci hanno ospitato, a chiunque abbia partecipato a vario titolo all’esperienza di Radicate. Alyadi è stata una vibrazione costante che ha accompagnato ogni gesto, ogni prova, ogni riflessione, tessendo un filo invisibile tra la piaga degli ulivi salentini e il dolore della terra palestinese.

Come scrive Viviana nelle sue intense riflessioni, nel nostro diario di bordo tra una restituzione e l’altra, l’ulivo non ha fretta: è un albero che non misura il tempo in stagioni, ma in generazioni. Chi pianta un ulivo compie un atto di fede: non lo fa per sé, ma per i figli dei figli. Ed è proprio questo il legame ancestrale che abbiamo cercato di evocare in Radicate. Quel foglio accartocciato nel Campo dei Giganti ci ricorda che il lavoro dell’arte è come quello dell’ulivo: richiede cura, rispetto e la pazienza di chi sa che le radici, anche quando sembrano spezzate, continuano a cercare la vita sottoterra

Ma, oggi, quel legame è sotto attacco.

Nel Salento, i “Giganti” sono piegati da un morbo che li dissecca, trasformando cattedrali di foglie in scheletri d’argento. In Palestina, la tragedia assume i contorni della violenza umana: sono oltre 800.000 ulivi sradicati dal 1967 (secondo le stime fornite da un articolo condiviso da Viviana), distrutti per recidere l’identità di un popolo. Come nelle nostre campagne, l’abbattimento di un albero non è solo un danno ecologico; è, come dice il vecchio Salem, “tagliare la lingua” a una cultura, impedire a un nonno di spiegare ai nipoti “chi sono”.

Proprio in questa ferita comune, sebbene molto diversa, si innesta Alyadi come canto dei Popoli del Mediterraneo. Se la terra palestinese, come suggerisce Mahmoud Darwish, parla con la lingua dell’ulivo, parliamo una lingua comune; Alyadi è il tentativo di dare voce a quella lingua quando diventa un grido.

Usare questo canto come mantra durante la residenza ha significato non dimenticare mai la responsabilità dell’artista, ovvero quella di restare in ascolto. Abbiamo cantato tra gli ulivi scialbati del Campo, che è sì la dimensione del lutto, ma anche della Resistenza.

È l’olio che unge il pane e il neonato, è la luce che resiste all’oscurità delle ruspe e delle motoseghe. È il gesto dei contadini di Yanun che tornano a piantare nuovi alberelli, sapendo che potrebbero non vederli crescere, ma sapendo che “loro sapranno che noi c’eravamo”.

Lo spettacolo Radicate si chiude con questo canto, ma la sua eco resta sospesa nell’aria molto dopo che l’ultima nota è svanita. Alyadi diventa così una preghiera laica per la pace, un ponte sonoro che unisce la Palestina alle piane del Salento.

Perché se l’olio dell’ulivo rischia di diventare “lacrime”, la musica e la memoria hanno il compito di trasformare quelle lacrime in una nuova linfa. Per continuare a piantare. Per continuare a restare. Per continuare a cantare.

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